Piazza della Loggia, l’ennesima beffa

38 anni fa,  a Brescia, otto persone venivano uccise da un attentato di matrice neofascista. La strage di Piazza della Loggia è uno dei punti più oscuri e terrificanti (per mille motivi) della storia italiana, che negli anni della strategia della tensione era ripiombata a livelli di trasparenza medievali. 

Quest’oggi l’ennesima beffa: i giudici della Corte d’Assise d’appello di Brescia hanno assolto – nuovamente- il medico veneziano Carlo Maria Maggi, l’ex militante di Ordine Nuovo Delfo Zorzi, l’ex collaboratore del Sid Maurizio Tramonte e l’allora generale dei carabinieri Francesco Delfino (accusato questo di aver assecondato la strage dopo averne avuto notizia nei giorni precedenti).

Questa è la terza istruttoria finita nel vuoto, tutte le indagini portate avanti in oltre trent’anni si sono trovate su binari morti. Imputati diversi, risultati uguali. Mancano le prove.

Mancano le prove perché ancora quel tragico giorno, il 28 maggio del 1974, le prove furono cancellate: fu dato ordine ai pompieri di ripulire con le pompe il luogo della strage, cancellando ogni possibile elemento d’indagine;  furono fatti sparire i reperti arrivati in ospedale insieme alle vittime della strage; decine di perizie sono rimaste inascoltate, anche se spesso determinanti ai fini delle inchieste.

Fa rabbrividire che qualcuno – e probabilmente non in pochi – sa cosa è successo. C’è qualcuno, ancora lì in alto, che di questa e di altre stragi italiane conosce ogni piccolo dettaglio, e tace, per proteggere sé stesso. E allora si può sperare che almeno in punto di morte un divo qualsiasi senta la paura annodargli le budella, senta le fiamme del suo personale inferno punzecchiargli i piedi, senta lo schifo e la vergogna per una vita passata dal lato sbagliato, e confessi le sue colpe, insieme a quelle degli altri.

E c’è anche la beffa: i giudici hanno condannato tutte le parti civili al pagamento delle spese processuali. Non è una spesa enorme, ma non è questo il punto.. TRE istruttorie! Trentotto anni! Nessun colpevole. 

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Guinea Bissau, ovvero lo smistaggio della nostra coca

Con l’abituale disinteresse generale, ecco il golpe in Guinea Bissau: gli stessi militari che giusto ieri avevano preannunciato di aver preso il potere oggi hanno arrestato sia il premier uscente Carlos Gomez Junior (che alle elezioni di alcuni giorni fa aveva ottenuto il 49% delle preferenze) che il presidente Pereira (alcuni siti lo danno però in fuga).

Tutto inizia tre anni fa, nel 2009, quando il capo dell’esercito Batista Tagme Na Waie venne fatto saltare in aria in un attentato. I militari guineani non fecero attendere la risposta e poche ore dopo reagirono uccidendo Joao Bernardo Vieria, il premier di allora, che era tornato al potere dopo essere stato deposto pochi anni prima dalla guerra civile. I commentatori della tragedia parlarono “dell’omicidio della democrazia”. Vieira venne ferito nel bombardamento della propria villa e fu finito a colpi di machete da un gruppo di militari rivoltosi.

Una settimana fa, il secondo atto della sanguiraria vendetta: l’assassinio del capo dei servizi segreti Samba Diallo, considerato dai militari il mandante del primo omicidio, quello del capo dell’esercito Batista Tagme Na Waie. E qui ha inizio il vero golpe, che è stato portato a compimento oggi con la cattura del premier e del presidente.

Da anni in Guinea Bissau nessun presidente ha mai portato a termine il proprio mandato, tutti sono stati stroncati da golpe, guerre civili o, nei casi migliori, da malattie. Ma la maggior parte dei disordini sono purtroppo facilmente imputabili alla dimensione di narcostato cui sta assurgendo questo piccolo paese africano, come conseguenza alla sempre maggiore presenza sul territorio dei narcotrafficanti colombiani. Inutile dire che il traffico di droga che sta stravolgendo questa nazione africana ha come sbocco forzato l’Europa. Che resta a guardare.

 

 

 

 

 

 

 

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Udite udite, la Minetti come la Iotti

L’onorevole Santanchè ha perso un’ulteriore occasione per starsene zitta. In un’intervista a Radio 24, parlando dei nuovi sviluppi dello scandalo Papi-Minetti, ha affermato:

La Minetti? Anche Togliatti aveva come amante la Iotti, poi lei è diventata il primo presidente donna alla Camera, e sicuramente non aveva vinto concorsi. Nessuna delle due ha vinto un concorso, questo è sicuro”.

Ora, che la Santanchè non sia abituata a pensare prima di aprir bocca, non è una novità. Che spesso continui a parlare nonostante tutti sappiano che dice il falso, nemmeno (basti ricordare l’increscioso episodio con le donne islamiche, pochi anni fa). Ma riempirsi la bocca con nomi più grandi di lei è l’apice della sua inadeguatezza. Inadeguata, perché lo sproloquio di cui sopra dimostra come l’onorevole non abbia la più pallida idea di come e quando Nilde Iotti divenne Presidente della Camera: ben tre lustri dopo la morte di Togliatti, che sì, fu suo amante – ma certamente non la nominò dall’aldilà con quindici anni di ritardo.

Di più: la Iotti ricoprì tale carica per una dozzina d’anni, dal 1979 al 1992, il che dimostra la capacità politica di quella donna, che non dovrebbe in nessun modo essere accostata ad un umano di tutt’altra fatta come la Minetti, men che meno per bocca della Santanchè.

La stessa Santanchè, che dopo aver zompato un po’ in tutta la destra italiana è capitolata come onorevole Pdl, ha passato anni ha sfottere il Papi “tanto non glela do”, per poi piegarsi ad una ripagata alleanza-sottomissione. Che almeno si risparmi tirate storico-moraleggianti sulle quote rosa italiane.

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Pulizie fatte?

Le pulizie di primavera secondo Maroni sono già terminate. C’ha messo meno lui a ripulire la Lega che io a svuotare gli armadi. Come e cosa ha fatto? Ha cacciato Belsito ed espulso la “pasionaria” la”ribelle” “la terrona” “la nera” Rosy Mauro. Elencando tutti i soprannomi della Vicepresidente del Senato sembra che abbiano fatto qualcosina di più che ufficializzare la partenza del tesoriere, scontata, e dire a gran voce quello che era già stato urlato da tutti.

Ma.. Pulizie finite? Il piccolo Renzo Bossi non l’ha toccato nessuno, Maroni non ha osato chiedere che fosse allontanato dal partito. Eh sì, è pur sempre figlio del creatore. Ma.. Pulizie finite? Ma se proprio ieri nel gioco delle intercettazioni è finito nei guai anche Calderoli, che alla pari di Maroni è un triumviro leghista? Ma.. pulizie finite? Il tesoriere del Carroccio Emiliano , stando alla Gazzetta di Reggio, sembrerebbe indagato, insieme ad altri quattro esponenti. E ancora, come si può parlare di pulizia terminata se proprio ieri è stato arrestato Allegri, ex assessore leghista piacentino, per corruzione e concussione?

Come si può parlare di pulizia, con tanto di scope in mano, se tutti quelli che ti stanno attorno hanno schizzi di fango fino alle orecchie? Maroni fa le pulizie come i bambini: per spolverare gli scaffali passano lo straccio tra un soprammobile e l’altro, senza spostare nulla: qui un Trota, lì un Calderoli, gli gira ben attorno, alla romana, avrebbe detto Maroni vent’anni fa.

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Soffia già un vento autunnale sulla primavera tunisina

Qualche giorno fa, il 9 aprile, in Tunisia, doveva essere festeggiata la Giornata dei Martiri. Una festa nazionale  che, commemorando l’eccidio effettuato dalle truppe francesi il 9 aprile 1938, doveva essere l’occasione per tutti i partiti progressisti e di sinistra per riprendersi il diritto di manifestare, un anno e rotti dopo la caduta di Ben Ali.

Doveva essere l’occasione, ma non lo è stata. Tutti i gruppi che andavano a formare il corteo sono stati bloccati dal braccio violento del governo provvisorio, del nuovo potere che usa sempre più gli stessi metodi del dittatore che loro stessi hanno cacciato.

Un caso su tutti: il governo provvisorio, dominato dal partito islamista Ennhada, ha approvato la condanna di sette anni inflitta a due giovani blogger per l’accusa di blasfemia, per quanto scritto dai colpevoli sui propri blog.  Gli uomini che sono insorti contro il regime di Ben Ali, brandendo tra le altre cose anche il vessillo dei diritti civili,  condannano i propri concittadini per blasfemia!

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Beppe Grillo e la volpe con la coda di paglia

Grillo può essere paragonato ad una volpe per moltissimi motivi, alcuni lusinghieri, altri un po’ meno.

Un’antica favola popolare narra di una volpe che un giorno rimase intrappolata in una tagliola. La bestia riuscì a liberarsi, ma a spese della propria coda, che restò incastrata nell’ordigno. Vergognandosi della menomazione, la vanitosa volpe cercò di coprire il mozzicone con un surrogato di paglia, escamotage che però non passò inosservato: gli uomini del circondario accesero dunque dei piccoli fuochi vicino ad ogni pollaio, cosicché la volpe, avendo paura di bruciarsi la coda facilmente infiammabile, girò alla larga dalle galline, così che nessuno potesse notare le sue colpe.

Da questa favoletta deriva il proverbio “chi ha la coda di paglia, ha sempre paura che gli pigli fuoco” e da questo deriva a sua volta il modo di dire “avere la coda di paglia”.

Senza dubbio Beppe Grillo è un gran volpone, basterebbe chiederlo alle centinaia di grillini delusi e indignati sparsi per il Bel paese. Ma questa volta ha dimostrato di avere una delle code di paglia più clamorose della storia italiana.

Sullo scandalo della Lega ha infatti posto la questione  “E’ possibile che in tutto questo casino non c’è un avviso di garanzia? Che non sia stato confermato alcun reato?” aggiungendo che “Si sono tolti l’unico pseudo avversario che avevano: il prossimo sarà Di Pietro e dopo ci saremo noi“.

Vecchio volpone, se questa non è coda di paglia. Vuoi vedere che tra poco  ti mettono sotto casa un’automobile pagata con i soldi pubblici, e te la intestano forzatamente? Ma dai, non è possibile, anche perché tu quei finanziamenti manco li accetti, come da programma elettorale. Con piccole eccezioni. I grillini di Reggio Emilia “per errore” avevano inoltrato a Roma la richiesta di rimborso. Errorino di circa 193 mila euro, sembrava.

Vecchia volpe, senti puzza di bruciato?

Non serve essere politologi per capire che lo scandalo Lega è esploso nel momento giusto, qualcuno ha mosso carte che prima erano restate debitamente celate. Ma quelle carte c’erano, ed è questo il punto, non sono state create dal nulla. Quindi inutile gridare al complotto, volpone.

 


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Siria: quando i grandi non contano niente

Giusto stamattina, quando in Italia erano le 6, è entrato in vigore il cessate il fuoco in Siria tra forze governative e i ribelli.  Non è durato nemmeno sei ore: l’artiglieria di Bashar Al Assad ha ripreso a sparare sul quartiere Quarabis e nell’est del paese. Proprio dove si stavano radunando i dimostranti contro il regime. Civili che avevano risposto positivamente all’appello del Consiglio nazionale siriano, consiglio costituito dagli oppositori del regime all’estero.

Tutto questo succede durante la seconda giornata del vertice del G8, dove si parla proprio della crisi siriana. Mentre i grandi capi sono lì a Washington, sperando che finalmente Mosca prenda le distanze dalle azioni disumane di Assad, questo di punto in bianco decide di cessare la tregua, e di sparare sui civili.

A marzo si parlava di ben 8 mila caduti ad un anno dall’inizio della crisi. La scorsa settimana l’escalation si è fatta più pesante: mille morti in sette giorni, con l’esercito di Assad che arriva a colpire persino i campi profughi in territorio turco.

Un regime, quello di Assad, che è giunto alla fine, emarginato, accerchiato, sgretolato. E che allora decide di fare piazza pulita, di fomentare la crisi anche nei territori circostanti, sperando in chissà che cosa.

Tutto questo mentre i ministri degli esteri del G8 si svegliano, dall’altra parte del mondo. Andati a dormire con un rassicurante cessate il fuoco, pensando come giudicare il regime sanguinario siriano, si svegliano con un’altra orda di civili sotto il fuoco del proprio governo.

Cosa faranno adesso? Quanto durerà ancora il veto russo e cinese?

Intanto le fosse comuni aumentano, diventano sempre più lunghe, tutti i giorni, nonostante il lavoro diplomatico ( a migliaia di chilometri di distanza, in eleganti salotti) continui, nonostante i cessate il fuoco.

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La sentenza popolare è stata già emessa

Qualche lacrima l’ha lasciata cadere, e sembrava sincera. Nessuna pietà per quelli che rubano i soldi pubblici, assolutamente. Ma il vecchio Bossi ieri sera alla giornata dell’Orgoglio – quel poco che è rimasto – Padano era veramente distrutto. Come se solo ieri sera si fosse reso conto che il mito di Bossi era solo e unicamente un mito, e per di più finito. E sopravvivere al proprio mito non è certamente una cosetta da niente, dopo aver passato anni e anni ad intrecciare una gioventù agra, una battaglia continua, un sacrificio dietro l’altro.

Finché non rubo io nella Lega, non ruba nessuno

Parlava così nel 1989. Ma in 23 anni avrà cambiato idea. Poco dopo partorì una seconda sentenza che, letta oggi, si arricchisce di ben altri significati:

Sono tutti ladri, la sentenza popolare è stata già emessa, poco importa l’esito dei processi. I politici dei partiti hanno subìto la condanna dell’opinione pubblica che è, come tutte le condanne popolari, sovente spietata, talvolta ingiusta con gli individui, ma spesso storicamente esatta e sempre politicamente inappellabile. Conta poco sapere se si è arricchito personalmente o ha preso soldi per il partito. Questo conta in sede penale ma non cambia la sentenza politica che è di colpevolezza.

E tutto questo, riassumendo il discorso di ieri sera, anche e soprattutto perché non è stato un buon padre. Doveva imitare Silvio, dice lui. Eh sì, quello sì che li ha tirati su bene.

Come in un pollaio

Italia divisa in due: chi si lamenta dei partiti, chi del governo Monti. Ma a targhe alterne, così un giorno puoi avercela con l’uno, il giorno dopo con l’altro. Ma d’altra parte il povero Mario – che dichiara infatti un misero milione e mezzo di euro –  non ha colpe, sta facendo il suo lavoro. Lui e gli altri tecno-banchieri non sono altro che il prodotto di un azione non loro, e le loro azioni sono lineari con la loro formazione, non possono fare diversamente.

Se un contadino non riesce più a garantire giorno per giorno la necessaria dose di mangime per i propri polli, non chiama un lupo per amministrare il pollaio. Perché il lupo segue la sua natura: non si porrà il problema del poco mangime, ma dei troppi polli.

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Lega ladrona

Ma se veramente fosse così, se veramente la famiglia padana numero uno fosse più lordosamente ladra di tutte le capitali europee riunite a festa, se veramente Bossi lanciando i suoi incomprensibili turpiloqui incrociasse le dita dietro la nordica schiena… cosa succederà?

Occhei si sono dimessi, lui e il Trota, facendo un doveroso passo indietro (passo che altri non avrebbero fatto, diciamocelo). Altri si dimetteranno, si auspica. Ma poi? Prima Lusi, poi Belsito. E prima di loro un’enciclopedia di nomi indimenticabili obliati. Tesorieri allo sbando, burattini criminalmente ignoranti nelle mani di piccoli imperatori intoccabili. Quando questa bufera si assopirà, e lo farà entro poco, cosa resterà? La risposta è scritta nella storia della Repubblica italiana: poco, pochissimo niente.

Nulla è cambiato, nemmeno quando alla Repubblica si è cercato di chiamare nome. Tò, sono la Seconda repubblica, sono nuova. S’è visto, sì, si vede e purtroppo si vedrà, perché le mamme dei belsiti, dei lusi e le mamme imperiali sono sempre gravide. Già detto. E allora?

E allora un punto di partenza sarebbe smetterla, come si pensa di fare, con i finanziamenti pubblici ai partiti. All’americana: finanziamenti privati, io cittadino ti sostengo e ti do qualche euro, tò, prova a fare il giro in camper della nazione con i miei venti euro. Voglio vedere quanti manifesti attacchi, quante macchine si compra tuo figlio. Chi non riesce a racimolare fondi privati, muore. Non riesco a capire quale delle opzioni sia più schifosamente capitalista: in tutte le maniere da questa prospettiva i partiti sono mucchi di soldi, non di elettori, che a morderlo un euro è sempre duro, privato e pubblico.

Ma il problema è più a fondo, non i soldi ai partiti ma i partiti stessi. Ed è un cane che si morde la coda, perché i partiti che più stanno attirando l’odio degli elettori sono proprio quei gruppi nati come anti-politici e anti-partitici, e adesso a puntare il dito contro di loro sembra quasi di imitare le loro decennali gesta. Si entra poliziotti e si esce ladri. Purtroppo però non tutti escono.

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